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Tom Watson: «I sei colpi da non sbagliare al Masters»

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Quarant’anni dopo la sua seconda e ultima vittoria al Masters, uno degli otto Major vinti in carriera, Tom Watson, 72 anni splendidamente portati, conserva la stessa affabile disponibilità che ne ha fatto uno dei giocatori più amati fra i grandi di sempre e svela i sei colpi da non sbagliare al Masters.

Grazie all’iniziativa della Rolex, di cui è da anni uno dei testimonial più prestigiosi, Watson è collegato in videoconferenza dal suo ranch in Texas, dove si dedica con passione autentica all’allevamento di cavalli.

Tom Watson, testimonial Rolex, indossa il suo Oyster Perpetual Cosmograph Daytona (©Rolex/Nick Harvey).

E, in apertura, ci tiene a sottolineare come il suo rapporto con la Maison orologiera forse più famosa nel mondo, sia nato per lui ben prima della sponsorizzazione. «Il mio rapporto con Rolex», racconta «è cominciato davvero quando sono approdato per la prima volta nel Tour. Quando sono arrivato mi hanno detto di andare a guardare i migliori golfisti giocare; all’epoca, se diciamo “i migliori”, intendiamo Arnold Palmer, nel 1972, e Jack Nicklaus.

Ho provato a osservare tutto di quei due campioni: in primis lo swing, naturalmente; ma poi anche tutto il resto. E ho notato come entrambi indossassero sempre un orologio Rolex, in particolare il “Day Date”, un modello molto “presidential”. Li guardavo, cercavo di imparare da loro e nel contempo mi dicevo: “Spero un giorno di guadagnare abbastanza da potermi permettere un orologio così”.

Cosa che per fortuna mi è successa qualche anno dopo, quando ho potuto comprare un Rolex con bracciale acciaio e oro. Quando poi ho guadagnato il mio primo milione in premi, mia moglie me ne ha regalato uno proprio con il bracciale “President”. Ce l’ho ancora e sul retro c’è inciso: “Al mio ragazzo da un milione di dollari”. Perciò ho un rapporto di lunghissima data con Rolex».

Quei duelli colpo a colpo con Nicklaus

Siamo tre giornalisti collegati da varie parti del mondo e Watson, dal suo elegante studio tutto ricoperto in boiserie scura di stampo molto british (del resto ha vinto o no cinque Open Championship e non ne ha forse sfiorato un terzo nel 2009 a Turnberry all’età di 60 anni?), snocciola volentieri i suoi ricordi. In questi giorni, ovviamente, è il Masters a calamitare i discorsi.

«Augusta? Unforgettable: indimenticabile, come indimenticabili sono le mie due vittorie nel 1977 e nel 1981 testa a testa, colpo su colpo sempre con Jack (Nicklaus, ndr). Specie quella del ’77, perché la prima vittoria al Masters è sempre speciale. Avevo cominciato l’ultimo giro con 4 colpi di vantaggio su Jack, ma lui alla 14 mi ha raggiunto. Poi abbiamo fatto birdie tutti e due al par 5 della 15. Ma ci son voluti ancora un mio birdie alla 17 e un suo bogey alla 18 per consegnarmi la vittoria».

I sei turning points di Augusta

Mr. Watson, per noi italiani, dal 2019, parlare di vittoria al Masters fa venire un po’ di magone ripensando a Francesco Molinari dominatore per 65 buche e naufragato alla 12, la malefica “Golden Bell” che tante illusioni ha cancellato nella lunga storia del Masters. Ma è davvero stregato quel par 3?

«Jack Nicklaus ha trovato l’espressione giusta lo scorso autunno quando parlava del Masters. Ha detto: “Quando giochi l’Augusta National ci sono sei colpi fondamentali, che devono funzionare e non andare a vuoto. Uno dei sei è proprio alla buca 12 dove non puoi proprio sbagliare. Io ho perso un torneo facendo un 6 nel secondo round. Stavo giocando davvero bene ma ho fatto 6 e quei due colpi, alla fine, mi hanno impedito di vincere il torneo. Su quella buca c’è proprio uno di quei colpi da non mancare.

Tom Watson, testimonial Rolex, in azione durante il Masters 1981, che vincerà per la seconda volta (©Getty Images/Leonard Kamsler/Popperfoto).

Gli altri sono il secondo alla 11, dove non puoi finire nell’acqua; il tee shot alla 13, dove non puoi finire negli alberi o in acqua a sinistra e non puoi andare nell’ostacolo d’acqua vicino al green e, ovviamente alla 15, dove Molinari ha avuto il suo problema colpendo gli alberi e finendo in acqua.

Come ha detto Jack, se riesci nell’arco delle 72 buche a gestire quei sei colpi, (l’unico nelle prime nove è il tee shot alla 2, dove non devi agganciarla o finisci negli alberi e fai un 7), se riesci a giocarli, puoi vincere il Masters. Tante volte sbaglieremo, tutti noi facciamo degli errori e Molinari non è stato l’unico a farlo alla 12, anche Poulter ha tirato in acqua e anche Koepka ha sbagliato. Se riesci a giocare questi sei colpi puoi vincere il Masters. Tiger, infatti, ha tirato a sinistra del bunker in sicurezza ed è quello che va fatto».

Tom Watson, testimonial Rolex, impegnato su un green del Senior Open 2019 presentato da Rolex (©Rolex/Bradley Ormesher).

Quando si fa cenno all’Italia con Tom Watson, il discorso scivola sulle bellezze del nostro Paese, sul cibo, sulla storia. Può essere banale, ma lui li ha sperimentati in prima persona, nel corso di un suo viaggio in Italia. E non se ne dimentica. «Italia? Unforgettable», come una vittoria al Masters.