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Prima Giacca Verde per Dustin Johnson

Giacca Verde Johnson

La prima Giacca Verde, il secondo Major della carriera, il quarto successo di questa pur accorciata stagione: Dustin Johnson, che ha vinto il primo e speriamo unico Masters novembrino della storia, non solo si conferma davvero il Numero 1 del mondo ma sembra preannunciare un dominio destinato a durare, nonostante l’età non più verdissima.

A 36 anni, DJ è nella piena maturità: da sempre potente come nessuno (i suoi drive superano spesso le 330 yard) ha lavorato a lungo e con profitto sul gioco corto. E adesso il combinato disposto della lunghezza dal tee con la precisione nei colpi al green (spesso da distanze ravvicinatissime, grazie alle bombe scagliate in partenza) ne fa un campione completo.

Un campione anche nella freddezza, come ha dimostrato nel giro conclusivo all’Augusta National. Partito male, con qualche esitazione tramutatasi in due bogey nella fase iniziale, ha visto il suo vantaggio di 4 colpi, maturato nei primi tre giri, assottigliarsi al minimo di uno. Non ha tremato, lui che non tradisce mai né tensione per qualche errore né (più spesso) esaltazione per i tanti exploit di cui dissemina ogni suo giro.

Due birdie alla 6 e alla 8 per ristabilire un po’ le distanze; altri tre consecutivi, dalla 13 alla 15, per chiudere ogni discorso, stabilendo anche il record dello score più basso nella storia del Masters (-20). Le ultime 9 buche di ogni Masters sono, si dice, per i campioni. E lui, chiudendole in 33 colpi ha ribadito di esserlo, a tutti gli effetti.

La resa (onorevole) dei giovani leoni

Il coreano Im e l’australiano Smith (22+27: 49 anni in due) hanno tenuto botta più che egregiamente, consentendo solo nel finale a DJ di sentirsi al sicuro. Gli hanno messo pressione nella fase iniziale, continuando a giocare un gran golf, prima di arrendersi alla sua ritrovata, imperturbabile efficienza. Ma hanno retto alla tensione del giorno più importante della loro carriera senza accusare cali di rendimento, se non sporadici.

Impresa non riuscita all’altro inseguitore del sabato, il messicano Ancer, arenatosi su un +4 di giornata e scivolato al 13esimo posto, mentre affioravano tra i primi 5 sia Justin Thomas che Rory McIlroy. 69 colpi per entrambi, rispettivamente quarto e quinto, e tanti rimpianti per le sbandate accusate nei giorni precedenti. Anche se un Dustin Johnson così avrebbe chiuso la porta in faccia a chiunque, con o senza sbandate.

Un 10 (senza lode) per Tiger Woods 

Come da tradizione, a depositare sulle spalle del vincitore la Giacca Verde, è stato il campione uscente: Tiger Woods. Sorrideva e si complimentava col collega-amico ma in cuore doveva covare tanta rabbia per l’incredibile disavventura, destinata a restare nella storia del golf, di cui era rimasto vittima alla buca 12, il par 3 “maledetto”, incastonato nel cuore dell’Amen Corner.

Su quella buca, l’anno scorso, erano naufragati i sogni di vittoria di Francesco Molinari. Vista la sua palla in acqua (che porterà a un 5 finale del nostro), Tiger azzerò i rischi, non cercando la bandiera ma il green e da lì partì il suo sprint per la vittoria del 15esimo Major in carriera.

Stavolta Woods stava semplicemente conducendo un giro finale da metà classifica. Forse proprio per cercare il birdie, il suo colpo è retrocesso in acqua, dopo aver battuto nei pressi della bandiera. Ma in acqua sprofondava anche il successivo, tirato dalla dropping zone, mentre il quinto colpo (inevitabilmente più attaccato) andava a fermarsi solo nel bunker oltre il green, in una posizione impossibile. E da lì, infatti, Tiger ha annegato in acqua una terza pallina. Risultato finale: 10 in un par 3 di 130 metri, il peggior score mai registrato su una qualsiasi buca in tutta la sua leggendaria carriera.

Incredibile il risultato ma non meno incredibile la reazione d’orgoglio, da autentico fuoriclasse: cinque birdie nelle sei buche rimanenti, per chiudere comunque il torneo sotto par (-1), il giro in un non umiliante 76, il torneo al 38esimo posto, dopo essere scivolato in coda a causa del disastro alla 12. I fuoriclasse riescono a essere grandi anche nella disavventura.