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Masters, se son Rose… fioriranno

Rose Masters

Dopo il primo giro del Masters tornato primaverile, nel ritrovato trionfo di azalee dell’Augusta National, si può azzardare anche un banale giochino di parole: se son Rose… fioriranno.

Tutti i Major, ma in particolare il Masters, non si possono vincere il primo giorno, con un grande score. Per cui lo straordinario 65 di Justin Rose, capace di girare in 9 sotto il par dalla 8 alla 18 dopo due bogey in avvio, non può garantire nulla, se non che l’inglese è in forma smagliante, specie nel putt, ma non solo.

Però stiamo parlando di Justin Rose, un campione autentico che ha già vinto molto e di più forse avrebbe dovuto vincere (ha già perso un Masters allo spareggio con Garcia nel 2017). Quindi la sua è una candidatura pesante, pur se tutta da legittimare nei giorni, ovviamente.

In compenso un Major e, ancora, in particolare il Masters, si può perdere, quello sì, il primo giorno, se si accumula immediatamente un distacco pesante. Perché Augusta è Augusta (un po’ come Sanremo) e le difficoltà sono dappertutto, specie se, come quest’anno, i green sono tamburi sui quali gli approcci scappano via e il back spin è un miraggio, tanto da registrare soltanto 12 giri sotto par su 88 partecipanti.

E allora il +4 di McIlroy è già una zavorra tremenda: 11 colpi si possono anche recuperare in tre giorni, ammesso che il leader (e con lui molti altri) vadano in crisi, ma a patto di giocare un golf stellare. Cosa che, da diverso tempo, non riesce più a Rory, erratico come non mai, al punto da aver colpito alla gamba il padre con un approccio “a girare” alla 16, reso necessario dall’ennesimo drive fuori linea.

Non meglio stanno Garcia e Willett con lo stesso +4; peggio addirittura Westwood, che era in pieno rilancio, sprofondato a +6.

Vietato distrarsi a casa di Bobby Jones

Unici a non lasciarsi staccare troppo da Rose, ma comunque a 4 colpi, sono stati Harman e Matsuyama. Dopo di loro, un gran mischione dal -1 al +2 che è stato lo score anche di Francesco Molinari e vale il 30° posto.

Jordan Spieth, il più in forma della compagnia, ha dovuto aggrapparsi a un eagle alla 15 (dopo un triplo bogey alla 9) per andare in rosso e restare in competizione col -1.

A +1, in linea di decente galleggiamento, Justin Thomas e Paul Casey che, con 33 all’andata e 40 al ritorno, ha dimostrato per la milionesima volta che a casa di Bobby Jones non sono ammesse distrazioni.

Con lo stesso +2 di Molinari tanti grandi nomi: dall’amicone Fleetwood (hole in one alla 16) al Numero 1 e campione in carica Dustin Johnson; da Finau a Koepka, all’inesausto 63enne Langer, penalizzato solo da un paio di bogey nel finale. Il tedesco, sornione, si è presentato in campo con le date delle sue due vittorie ben visibili sulle scarpe.

“1985 – 1993”: così il tedesco Bernhard Langer ricorda a tutti che ad Augusta ha già vinto due volte (©Kevin C. Cox/Getty Images).

Molinari, quasi buona la prima

Ed eccoci a Molinari. Prima altalenante poi regolarissimo, Chicco ha incasellato due 37, uguali ma diversi. Due birdie e tre bogey sulle prime: un bogey e 8 par consecutivi sulle seconde. 

L’impressione generale è stata positiva, rispetto ai due tagli mancati negli ultimi tornei disputati. Smaltita qualche incertezza iniziale, ha trovato misura e ritmo. Quella striscia di 8 par finali è figlia di qualche birdie (anche da medio-lunga distanza) sfumato di un niente e di almeno due salvataggi notevoli, specie alla 17 e alla 18 quando il tee shot ha trovato il bosco.

Francesco Molinari in dirittura d’arrivo (qui siamo sulla 18) del primo giro del Masters 2021 (©Mike Ehrmann/Getty Images).

Nel complesso una prova di sostanziale solidità, mai banale su questo campo. Sperando nella conferma sul secondo giro, il passaggio del taglio è a portata di mano. Che è e resta il primo, vero e non scontato obiettivo di questi giorni.