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Il “Divino 9” che anima il nostro gioco

Divino Nove anima gioco

Nove buche. Binomio riduttivo ma sacro. Oppure 18 buche, binomio solare, per la competizione. Il par medio del campo prevede 72 colpi, 7+2 = 9. I punti Stableford sono 36: 3+6 ancora 9.

Anche il diametro della buca, che totalizza 108 millimetri, è composto da numeri la cui somma è 9. Se per arrivare al green con maestria usate il ferro 9 o il legno 9 (qualche tradizionalista lo ha ancora nella sacca) in Scozia commentano: «Non potevi sbagliare: hai impugnato “the nine divine”, il divino nove…».

C’è un significato dietro quest’impostazione numerica che da almeno centocinquant’anni accompagna il gioco più praticato al mondo? A Saint Andrews non danno risposta certa, ma fanno capire che il linguaggio dei numeri del golf e le simbologie che esprimono sono cosa seria.

Alle origini dei links

Ad esempio, rievocano il giorno in cui il numero delle buche di un campo medio di Scozia passò da 13-15 al rigoroso 18. Accadde nella seconda metà dell’Ottocento. Prima si giocava su campi la cui lunghezza era dettata dalla docilità o dalla praticabilità del terreno, quasi sempre avaro soprattutto lungo la costa, spesso impervia, battuta dal vento salmastro che non permetteva di tracciare links ampi e lunghi.

La parola “links” deriva dal termine inglese antico “hlinc” che significa “collina” o “cresta di dune”, la cui erba dura favoriva il rotolare della pallina e non richiedeva grandi cure. La lunghezza del campo spesso era dunque affidata alla natura.

I primi Open Championship, la più prestigiosa gara del mondo aperta ai professionisti inglesi, a metà Ottocento si svolgono su 12 o 14 buche. Due giri in un giorno, meno di dieci chilometri a piedi. Quando si adotta il 9 e i suoi multipli, i campi diventano tutti a 18 buche.

Fino al 1850 in Scozia, dove il gioco nacque, c’erano trenta golf club (links); in Inghilterra meno di una decina. Alla fine del secolo, nel Regno Unito i circoli erano diventati duemila. Oggi sono duemilacinquecento per quattro milioni di dilettanti inglesi più o meno assidui.

Continua la lettura dell’intero articolo di Roberto Zoldan su Golf Italia n° 3.