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Guido Barilla: una passione nata per caso

Guido Barilla

Due sono le strade che, nella maggior parte dei casi, in Italia conducono un principiante alla pratica del golf: o per tradizione familiare (genitori che portano al Circolo i figli e trasmettono loro la passione: vedi i fratelli Molinari) o, semplicemente, per caso.

Guido Barilla, 62 anni, presidente del Gruppo fondato, perso e poi ricomprato da suo padre Pietro, rientra nella seconda categoria: è un golfista per caso, ma pervenuto a un più che eccellente livello di gioco.

«Io avevo praticato sci agonistico. Molti ex sciatori che conoscevo si erano appassionati al golf. Io ancora no. Era (mi pare) il 1986 e, in vacanza in Irlanda, li seguii in campo, senza sacca, senza niente. Uno di loro mi mise in mano un ferro 7 per provare. Mi partì un colpo bello, alto, lungo. Era scoccata la scintilla e …addio. Tornato in Italia, uno di loro mi regalò la mia prima sacca. Le prime lezioni le presi da un grande maestro come Carlo Grappasonni, al Golf Club Milano. Con lui ho continuato a lavorare per molto tempo».

«Oggi sono 4.3. Un handicap che è impegnativo sostenere, facendo lo slalom fra gli impegni di lavoro e gli impegni familiari. Ma al di là degli handicap e delle gare, la cosa più bella è ancora oggi ritrovarsi sul campo con gli amici, sfidarci e avere il piacere di stare insieme. Questo per me è l’aspetto più bello del golf».

Bastone preferito

Il driver. Lo tiro mediamente oltre i 200 metri. Naturalmente non resta sempre in pista; però, la realtà è che riesco a dare il meglio di me quando mi caccio nei guai. Me la cavo bene nei colpi di recupero, sotto gli alberi. Invece se sono in fairway spesso mi complico la vita.

Quali i campi preferiti, in Italia e nel mondo?

Naturalmente qui al Ducato di Parma, sono di casa; in Italia, mi piacciono molto Monza, Biella, Modena e poi La Bagnaia che è uno dei più bei campi firmati da Trent Jones jr. L’ultima volta che ci sono stato era preparato come per un Open ed è stato affascinante affrontarlo. E poi Chervò, che è stato scelto per l’Open d’Italia di quest’anno e quel “gioiellino” che è il campo di Pian del Cansiglio. Quanto all’estero, in passato ho frequentato il King Course di Gleneagles, bellissimo. Negli Stati Uniti mi è capitato spesso di giocare: il campo che mi ha impressionato di più è il Blackwolf Run del Kohler Resort, Wisconsin, che comprende quattro tracciati, fra cui il famosissimo Whistling Straits, tutti opera del genio di Pete Dye. Anche se Whistling Straits ospiterà la Ryder l’anno prossimo, per me il Blackwolf, fantastico, è addirittura superiore. Un’esperienza vera.

A proposito di Ryder Cup, quante ne ha seguite sul posto? 

La prima è stata quella di Valderrama nel ’97. Volevo intrufolarmi tra gli americani al seguito di Tiger Woods mentre Rocca si avviava a batterlo. Ma c’era una tale calca che a un certo punto ho preferito mettermi davanti a una tv per riuscire a vedere qualcosa. Poi sono stato a Belfry, dove c’era un tifo inglese pazzesco, al K Club in Irlanda nel 2006 e due anni fa a Parigi, al seguito del grande Francesco Molinari.

Continua la lettura dell’intervista firmata da Massimo De Luca a Guido Barilla su Golf Italia n° 3