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Così negli anni è cambiato il caddie 2.0

Così è negli anni cambiato il caddie 2.0: trasformatosi, nei decenni, da semplice (e silente) facchino in una specie di assistente, un po’ scienziato, un po’ matematico, un po’ psicologo, deve ora misurarsi con l’era del web. Un’era in cui ci sono buoni guadagni, ma nessuna tolleranza per gli errori.

Intorno al 1700 gli scozzesi attribuivano l’ironico epiteto di “caddie” ai perdigiorno di strada, gentucola che vivacchiava facendo lavori occasionali e svolgendo qualche commissione. Questi individui stavano appena più su dei portatori di sacche, abitanti del luogo reclutati per trasportare a mano l’armamentario da golf di coloro che appartenevano a ceti sociali ben più facoltosi.

Una mansione modesta

In quel periodo, la figura del caddie che dormiva all’aperto e puzzava di alcol da quattro soldi era, se non proprio la norma, sicuramente comune. E questo fino a non molto tempo fa. «Quando sono arrivato sul Tour, ho visto caddie che preferivano pernottare al riparo di un cespuglio piuttosto che in albergo», conferma Tony Johnstone, sei vittorie sull’European Tour tra gli anni Ottanta e Novanta.

È però vero che la figura di uno che si arrangia con qualche lavoretto per sbarcare il lunario fa parte integrante della storia dei caddie. Per molti anni il mestiere è rimasto pressoché invariato, analogamente alla posizione sociale e al background di quelli che si dedicavano a questa arte oscura: portare la sacca, pulire i bastoni, mettere a posto le zolle, tenere la bandiera e, di tanto in tanto, fornire consigli sul bastone da giocare. Le regole hanno cominciato a cambiare tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Prima di allora la sorte del caddie era una vita di mera sussistenza.

Oggi è diverso

Oggi, ovviamente, è tutto diverso e i caddie hanno vissuto una radicale evoluzione. «Negli ultimi trent’anni che ho trascorso lavorando nel Tour, il mestiere si è trasformato drasticamente», conferma l’irlandese Colin Byrne, che in passato ha assistito campioni del calibro di Retief Goosen e Paul Lawrie e al momento è con Rafa Cabrera Bello.

«Quando ho iniziato, dovevo semplicemente presentarmi puntuale all’appuntamento del martedì. Bastava questa accortezza per sentirsi a posto. Se avevi anche le distanze, poi, le tue quotazioni aumentavano. E se le distanze erano precise, allora la tua era una posizione di privilegio».

La “scienza” del golf

«Le cose ora vanno. Il lavoro è cambiato di pari passo con lo sport stesso. I giocatori sono più professionali e anche più specializzati; l’“arte del golf” è diventata la “scienza del golf”. Le informazioni di cui dispongono i giocatori sono chiare, precise e puntuali. Prima, un caddie aveva la possibilità di fare la differenza semplicemente con un piccolo supplemento di impegno, ora no. Gli Yardage Book e i Green Book sono eccellenti e non lasciano il benché minimo margine di errore».

Il che non significa che sul campo l’interazione tra golfista e caddie sia diminuita d’importanza: è quando il gioco si fa duro che i variabili bisogni, i volubili desideri e gli instabili umori del giocatore vengono alla luce. Ed è questo il momento in cui il caddie deve essere al top… (puoi leggere l’intera storia sul numero 1 di Golf Italia).